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La storia è di quelle che si raccontano da sole. Estate 2001, Caterina Bellandi lavora in una grande azienda , un’impiegata come tante con una vita normale, come tante. Non sa che il destino le sta per portare via Stefano, l’uomo della sua vita.

Stefano è un taxista, e la sua lotta contro il tumore che lo devasta si chiude con una richiesta che è anche un dono: «Da domani sarai tu – …le dice – Milano 25, il mio taxi».

Domani arriva subito, e fa rima con dolore. Ma anche con la voglia di non arrendersi, di ripartire da quel gesto d’amore trovato a due passi dalla morte. Caterina diventa tassista e per diversi mesi taglia Firenze in lungo e in largo.

Serviranno ancora gli occhi di una bambina salita sul suo taxi, triste per aver perso il fratellino, a trasformarla in una fata, in un personaggio di fantasia. Milano 25 diventa un cartone animato, fra colori, pupazzi, fiori e giocattoli, e lei è Zia Caterina, col suo grande cappello fiorito, le vesti variopinte, ninnoli e bracciali che pendono dappertutto: la sorridente amica di tutti i bambini. Soprattutto di quelli malati, quelli che devono andare a curarsi in ospedale, al Meyer. Per loro e per i loro genitori le corse sono gratuite, sempre. E la cosa non finisce lì: Zia Caterina resta accanto a loro, li va a trovare, allieta i suoi piccoli amici, ne condivide i momenti brutti. E a volte purtroppo gli ultimi. Con loro vive fantastiche avventure.

E a Firenze il suo taxi diventa un’istituzione. Solo chi non ne sa niente resta imbarazzato e un po’ preoccupato da quella strana autista. O ne diffida, come quel vigile troppo solerte che gli appioppa una multa perché circola con troppi ninnoli e disegni. Ci penserà l’assessore ad evitare una pessima figura cancellando il provvedimento. «Ma quella multa – lei dice – non mi fece arrabbiare: è solo il frutto di una società che vive secondo i suoi schemi, e io ho infranto uno di questi».

Caterina non si è più risposata e non ha avuto figli. «Non essere mamma mi manca molto, ma ho cercato di sopperire. Non so cosa si prova ad amare qualcuno più di se stessi; quando muore un bambino io lo amo come se fosse mio.

 

cate