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L’archetipo del calciatore moderno ha connotati precisi. Migliaiadi follower sui social, tatuaggi ovunque, nottate in discoteca, creste ossigenate, outfit tamarri e selfie accanto a «ragazze della porta accanto», certo, sempre che uno abiti nella Playboy Mansion di Hugh Hefner. Che dire? Oggi George Best, in confronto,farebbe quasi una figura da atleta impeccabile alla Donadel. Dopotutto, si sa, il giocatore ha assunto l’aura di divo ormai da moltissimi anni, facendo sembrare preistorici i colleghi degli anni ’60, costantemente refrattari alle luci dei riflettori e della movida. Tuttavia – nonostante la vita «pallone, casa e chiesa» di allora –esiste un punto di incontro tra generazioni di calciatori così distanti: la passione per le macchine sportive. In un vecchio articolo per la rivista automobilistica «Il Quadrifoglio», firmato dal giornalista fiorentino Saverio Ciattini, ecco dunque un reportage sui gusti al volante dei giocatori della Fiorentina 1969. Quella del secondo scudetto. Per loro però niente Porsche, Mercedes, o BMW. L’esterofilia dei motori è ancora lontana. Davanti al Comunale sono infatti ben undici giocatori, più l’allenatore Pesaola, a mettersi in posa di fianco alla propria, italianissima Alfa Romeo. «L’Alfa Romeo», scrive quindi Ciattini, «si addice ai viola freschi vincitori del campionato. Lo scudetto col biscione, e quello col tricolore cucito sulle maglie dei calciatori della Fiorentina, vanno d’accordo: sono due simboli di successo che distinguono i “Vip” del calcio italiano. […] De Sisti, il capitano, ha una Giulia Super, come Pirovano e Ferrante; Esposito e Superchi hanno la GT 1300 Junior; Rogora, Mancin e Brizi sono fedeli alla Giulia 1300 TI, mentre Chiarugi, Maraschi e Danova hanno preferito la 1750 GT veloce».

Non mancano riferimenti pure al mister di quell’incredibile stagione. «Il Petisso, che da buon floricultore ha curato il vivaio viola», prosegue Ciattini, «ha idee molto chiare anche in fatto di automobili. La sua vettura è una 1750 GT veloce, mentre Bassi, allenatore in seconda, si è contentato, forse per un lodevole rispetto delle gerarchie, di una 1600 TI». Il racconto del cronistacontinua spiegando come quella per l’Alfa fosse una vera e propria religione all’interno dello spogliatoio viola. Un fede ad oltranza, capitanata dal leader Picchio De Sisti. In questo senso, fa uno strano effetto vedere quanto differente fosse, all’epoca, la percezione del lusso… «De Sisti, ventisei anni, romano, è figlio di un tranviere. Forse è proprio per questa sua estrazione che ai mezzi pubblici preferisce la macchina personale, l’automobile “sua”. Ha famiglia – è padre di una bambina – e per questo ha voluto una berlina che un meccanico di fiducia gli tiene perfettamente a punto. Gli amici dicono che la sua macchina è una “bomba”. De Sisti precisa invece che è un’automobile come tutte le altre Alfa. Gli piace guidare, con giudizio, s’intende, perché il “cervello della squadra” dimostra di avere testa e cervello anche quando è sulla strada». Il patito dei motori per eccellenza risulta però Ugo Ferrante. «Ughino, ex capellone che si è reciso le chiome per mantenere una promessa, è il “dandy” della squadra, il “beat” della formazione viola, ma è soprattutto un fanatico delle quattro ruote. Nel salotto degli altri giocatori potete trovare le immancabili foto in calzoncini e maglietta, i trofei, gli omaggi dei tifosi. Nel suo appartamento c’è invece una collezione di modellini, alcune centinaia, che riproducono le vetture antiche e moderne più famose. Fra queste il posto d’onore spetta all’Alfa Romeo Pocher 8C 2300 Monza».

Un Ferrante, quindi, che viene dipinto come esperto di alchimie nella preparazione del motore, abile nella messa a punto e sempre pronto a trovar la maniera per tirar fuori qualche cavallo in piùdalla sua vettura. «Quando non ha impegni sportivi, ma soprattutto quando i doveri familiari – ha moglie e un bambino – gli lasciano un momento di libertà, potete incontrare Ugo sull’autostrada a provare la sua macchina o quella degli amici. C’è da giurare che quando deciderà di andare in pensione (fra molti anni, beato lui!) un posto di collaudatore non glielo toglierà nessuno. A meno che non decida di fare concorrenza a Pesaola e allora sarebbe veramente una grossa perdita per il mondo dell’automobile». In un pezzo che parla di cavalli – benché senza zoccoli – non poteva che esserci pure «Cavallo pazzo» Chiarugi. «Il ventiduenne Luciano è l’unico toscano della compagnia viola. È arrivato alla 1750 coupé dalla Giulia Spider. Una “escalation”più che logica. Gli piace l’automobile sportiva come gli piacciono gli applausi del pubblico. Qualcuno lo definisce uno “show-man” per quel suo amore, tutto toscano, per gli applausi che i suoi virtuosismi strappano al pubblico. È l’uomo dei “numeri”, delle serpentine imprevedibili, dei “dribbling” fantasiosi. […] Quando ha una mezza giornata libera, Chiarugi ne approfitta per fare un salto a Ponsacco con la GT tirata a lucido. È la sua debolezza. In paese ha la sua platea, quella a cui forse tiene di più. Sono gli amici del bar, gli ex compagni di scuola che gli battono affettuosamente pacche sulla spalla e gli ammirano la bella macchina su cui poi riparte con un rombo da Gran Premio». Chiusura di Ciattini ancora una volta per il condottiero di quella mitica Fiorentina. «Pesaola ha un maggiordomo, ma non ha l’autista. La sua Alfa Romeo 1750 GTV preferisce guidarla da solo. Al volante è felice come al timone della squadra che ha vinto lo scudetto». Anni spensierati a tutto gas.